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VERANO – “Ho più chitarre che scarpe”, l’intervista ad Anna Viganò

VERANO – “Ho più chitarre che scarpe”, l’intervista ad Anna Viganò

WE WANT RADIO intervista VERANO

Verano è l’estate. Verano è un luogo di culto e di sepoltura, con una storia molto antica. Verano è la latinizzazione di Urano, il settimo pianeta contando dal Sole ed è anche la divinità greca più antica, personificazione del cielo. Verano, del cielo, ha il colore degli occhi, che non vogliono mentire e, proprio per questo, non ti lasciano passare.

Verano è Anna Viganò, giovane promessa di un nuovo modo di fare musica che (finalmente) fa capolino anche nel paese legato al bel canto. Un mondo sonoro che prende corpo dall’avanguardia Art Rock e Baroque Pop proposta oltre oceano, con infiniti strati di chitarra e sintetizzatore a fare da cassa di risonanza alla sua voce. Uno scenario che si nutre anche di radici più personali e condivise, ma mai banali.

Lo scorso 24 maggio è uscito il suo primo ep omonimo, 5 brani scritti da lei che parlano di distacco e liberazione, di dinamiche cittadine che danno e tolgono, di paradossi e aspettative.  “Ho scelto Verano perché è un nome che ricorda il caldo e la luce, ma anche qualcosa di cupo”, mi ha detto Anna qualche giorno fa. Oggi è seduta di fronte a me e chi scrive prova a farle raccontare la sua complessità:

1)  Quando e come hai pensato per la prima volta al nome Verano?

Il nome è stato forse il primo punto fermo che ho messo sul progetto, il primo mattone. Era da un po’ di tempo che ci stavo pensando, ma non avevo già tutto scritto nella mia testa: solo la voglia di farlo e qualche pezzo, che si è “bruciato” con l’hard disk che lo conteneva. A quel punto ho deciso che non valeva la pena cercare di ricordarmene e sono ripartita da zero. Un paio di anni fa, mentre ne parlavo, mi è uscita questa parola e ho pensato: “Sì, mi piace quello che evoca”.

2)  Quando e come avviene il primo “incontro” con St. Vincent?

La ascolto da tanti anni e la considero una delle mie ispirazioni principali. Sono partita come chitarrista, ho cominciato a suonare a otto anni e ho più chitarre che scarpe. Lei ha stabilito nuove regole nel modo di trattare i suoni, ha creato un suo paradigma. Se vai a vedere un suo concerto, assisti ad uno spettacolo incredibile. Per me è proprio il massimo riferimento stilistico.

3)  Ci sono altri artisti a cui ti ispiri o che hai “riconosciuto dopo” nei tuoi lavori?

Sicuramente i Beach House, un’affinità che onestamente non mi aspettavo nemmeno io. Poi John Lennon: ci sono cose che ti entrano in testa più o meno inconsapevolmente e che magari, anni dopo, restituisci in quello che crei tu. Per finire, dal punto di vista dei testi ho sempre amato tantissimo il modo di scrivere di Emidio Clementi dei Massimo Volume e le immagini che sa evocare in ogni canzone.

4)  Qualche parola sulla tua collaborazione con L’Officina della Camomilla?

Ho lasciato L’Officina a settembre 2015, è stata un’esperienza bella, complicata, intensa. Fare parte di una band è come essere sposati, l’unica differenza è che si è in quattro o cinque, anziché in due. Comunque ho conservato un rapporto sereno con tutti i membri della band, e questo è quello che conta di più.

5) Ti sei proposta tu a Garrincha, oppure ti hanno “scovata” loro?

Matteo [Romagnoli, N.d.R.] di Garrincha è una persona che conosco da tempo immemore: una sera, piuttosto “brilli”, abbiamo ascoltato i provini e deciso che aveva senso dare alla luce questo progetto con Garrincha, anche per dare continuità rispetto a quanto fatto precedentemente [Matteo ha curato il primo disco de L’Officina della Camomilla, N.d.R.].

6)  Chi ha disegnato la copertina del tuo ep? Mi fa pensare a “Go West” dei Pet Shop Boys!

La copertina è stata realizzata da una ragazza di Firenze che si chiama Elisa Saracino, una persona molto estrosa, una matta vera, il tipo di persona che adoro. E’ venuta a sentirmi durante un concerto con L’Officina proprio a Firenze e poi non ci siamo più sentite finché, durante una delle mie notti insonni, pensando a come avrei voluto la copertina del mio ep ho pensato a lei. Le ho scritto e nel giro di una settimana mi ha disegnato quaranta copertine! Ho scelto una delle sue proposte e ci ho lavorato sopra ancora un po’, fino ad arrivare al concept finale. E’ stato molto bello vedere come poteva essere immaginata e rappresentata Verano “dal di fuori”, in un momento in cui non esisteva ancora niente di visual sul progetto. L’unico riferimento iconografico che ho dato ad Elisa è quello di Eggleston, un fotografo che amo. Le ho dato i brani e le ho detto “disegnami”.

7)  Cosa è successo in Nevada e perché “l’assenza non guarisce mai davvero”?

Uno di quegli strappi più o meno violenti, più o meno consapevoli, che seguono i periodi di rassegnazione in cui ci si racconta che va tutto bene. La cosa migliore sarebbe prendere il coraggio a due mani e dirlo, che non va affatto bene. Non è andata così e io non ho saputo prendere l’iniziativa, ma ero consapevole che sarebbe accaduto, che lo strappo era dietro l’angolo.

8)  “Ti vedo sempre e ti saluto, ma non so chi sei”. Parli di Milano o vuoi svelarci un’identità misteriosa?

Parlo di Milano, immaginando una persona con cui non ho alcun tipo di rapporto ma in cui mi imbatto spesso nella sua vita digitale, al punto di pensare che, in fondo, so un sacco di cose su di lui anche se non lo conosco. Questa situazione rappresenta per me il paradosso di Milano e dei social, la città e le sue dinamiche.

9)  Mi ha colpito molto “Ginger e Fred”. E’ cosa ormai nota che i due non andassero affatto d’accordo, ma nell’immaginario collettivo continuano ad essere associati ad un sodalizio artistico e personale molto riuscito. Tu invece, con il tuo pezzo, ribalti il canone, giri il maglione al rovescio, fai partire subito il disco dal lato B. Qual era il contesto che avevi in mente mentre scrivevi questo brano?

Il trait d’union di “Nevada” e “Ginger e Fred” è la volontà di raccontare il distacco, la fine di qualcosa. Solo in un secondo tempo mi sono accorta che, in “Ginger e Fred”, mi sforzavo disperatamente di non parlare di me e di come mi sentissi in quel momento. O meglio, volevo parlarne, ma spostando l’attenzione da me a qualcos’altro. L’idea del brano mi è venuta imbattendomi in un articolo che trattava di quanto i due artisti non si potessero proprio sopportare e fossero in grandissima competizione tra loro. Ho iniziato a riflettere su come potesse essere un rapporto tra due persone su cui il pubblico, gli “altri”, nutrono enormi aspettative di coesione e di “coppia”. Qualcosa che loro non erano e non sarebbero mai stati.

10) Tre parole sull’esperienza all’edizione 2016 del MIAMI.

E’ stato fantastico: l’ep era uscito solo un paio di giorni prima, ma era pieno di gente e più di qualcuno cantava persino le canzoni. Sono concerti che aiutano a comprendere meglio quello che si sta facendo, e credo resterà una data significativa nel percorso di Verano, soprattutto per quel che riguarda lo stare sul palco insieme agli altri della band.

11)  Cosa ti piace e cosa, invece, ti infastidisce del panorama milanese indipendente.

Di Milano mi piace la possibilità di poter assistere ogni sera ad un concerto diverso. Milano metabolizza cambiamenti e fenomeni in modo più rapido rispetto ad altre città: questo genera da un lato degli stimoli continui, dall’altro un senso di precarietà, perché tutto è passeggero. Quando in “Cielo su Milano” parlo di “nuovi album imperdibili” la mia è una provocazione: a Milano tutto è imperdibile e la settimana dopo non vale più niente. Questa è forse la cosa che mi infastidisce: si generano hype incredibili, spesso immotivati, attorno a fenomeni destinati a scemare dopo pochi giorni.

12)  St. Vincent ha collaborato con David Byrne. Chi c’è nei tuoi sogni discografici?

Posso puntare altissimo? St. Vincent per le sonorità e gli spettacoli a cui dà vita durante i suoi live, mentre per la poetica e per quello che è stato il mio background adolescenziale, ti dico senza dubbio Emilio Clementi dei Massimo Volume.

13)  Domanda apparentemente banale: Anna preferisce la vita vera o la favola?

La vita vera. Non è detto che il finale sia lieto, ma almeno non è scontato.

14)  Durante una chiacchierata “a microfoni spenti”, hai accennato ad articoli su Verano con riferimenti più o meno espliciti al tuo aspetto. Quanto ti fa arrabbiare?

Non mi fa arrabbiare in sé: in quanto forma solida e finita posso essere guardata ma mi infastidisco quando l’aspetto fisico diventa l’incipit di qualsiasi discorso. Se con il disco appena uscito partiamo subito con “la bella Verano” alla fine dell’ascolto di che ca**o parliamo??!? Non voglio essere ipocrita: l’aspetto fisico è uno precursori più potenti nella creazione di interesse attorno a sé e a quello che si fa. Però ne possiamo parlare “dopo”: “prima” avrei altro da dire.

15)  Chi sei, chi non sei, chi vorresti essere, nell’ordine che preferisci.

Ho trent’anni, un’età strana e questo ultimo anno mi ha messo piuttosto alla prova sotto tanti aspetti importanti. Sono una persona che, nel casino, è riuscita a trovare una chiave di lettura: forse non serve, ma aiuta a mettere dei punti fermi. Vorrei essere una persona più serena e forse lo sarò, soprattutto se potrò lavorare ad altri dischi. Spero di non essere mai una persona incoerente: sono sempre stata molto integralista nelle mie scelte, spesso pagandone amare spese o passando per “la stronza”. Il fatto è che detesto raccontarmi bugie.

Tanta determinazione, idee molto più chiare di quanto forse lei stessa crede, nessuna paura di “fare fatica”. Sarà il caso che mi faccia fare un autografo al più presto.

 

Articolo di:
_ Guz, con un ringraziamento particolare alle Best Before, Alice Rossi e Marina Galbani _

Maria Romana Barraco

Giugno 27th, 2016

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